Blood upon the tankers – Considerazioni a partire dall’operazione Maduro
Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.
Analisi delle ramificazioni geopolitiche dopo l'attacco a Caracas: lo scontro tra USA, Russia e Cina e la crisi del diritto internazionale nel nuovo ordine globale

E’ opportuno considerare le prime ramificazioni geopolitiche si stanno delineando nei giorni successivi all’attacco a Caracas. In primo luogo, bisogna notare che anche se il presidente è in prigione negli Stati Uniti in attesa di un processo farsa, non c’è stato colpo di stato né cambio di regime. L’apparato governativo e le forze armate sono praticamente intatte, l’opposizione non assedia i cancelli di Miraflores e il territorio, con le sue risorse, è ancora sotto il controllo dello Stato. Quindi, salvo rivelazioni eccezionali o drammatici sviluppi, pensare di governare il Venezuela da Washington o di sfruttarne il petrolio portando le compagnie americane sul terreno è possibile solo se il governo si arrende e collabora in maniera totale con gli Stati Uniti e la popolazione lo segue docilmente.
L’infrastruttura petrolifera del paese è in cattive condizioni e ripristinarla comporterebbe anni di lavoro e miliardi di dollari di investimenti, anche in un ambiente politico stabile e con un pieno controllo del territorio. Controllo che gli Stati Uniti non avrebbero, probabilmente nemmeno occupando militarmente il paese, impresa per la quale non hanno le forze, vista l’estensione, il territorio e il numero di combattenti armati che dovrebbero affrontare, in una lunga guerra controinsurrezionale senza garanzie di vittoria. Anche un governo sottomesso e collaborazionista potrebbe dover affrontare lo stesso problema. Ciò nondimeno, pensare che l’ordine costituzionale o il bolivarismo siano al sicuro è altrettanto illusorio.
Tuttavia, è allargando lo sguardo che si può capire la portata del momento storico in cui si colloca la notte dei pirati dei Caraibi. Nelle ore immediatamente successive al sequestro, Trump e la sua squadra hanno in vario modo minacciato di intervento armato o di annessione sei paesi: Iran, Cuba, Colombia, Messico, Panamà, Groenlandia(Danimarca). Da notare che ciascuna di queste minacce è stata motivata con ragioni palesemente pretestuose, come il narcotraffico, il terrorismo o la repressione interna, oppure senza curarsi minimamente di nascondere l’intento predatorio sulle risorse e di posizionamento strategico rispetto agli “avversari” dell’America: Cina e Russia.
Con queste ultime, la situazione è particolarmente delicata. La notte del 29 Dicembre 2025 una delle residenze presidenziali russe, nella regione di Novgorod, ha subito un massiccio attacco con 91 droni da parte dell’Ucraina. Questa non è una residenza qualsiasi, ma ospita un sotterraneo rinforzato che fungerebbe da centro di comando in caso di guerra su vasta scala, dunque fa parte dell’infrastruttura militare strategica della Russia al pari dei siti di lancio delle armi nucleari. E’ un bersaglio da guerra nucleare tra superpotenze che non c’entra nulla con l’Ucraina. Nel caso in cui Putin si fosse trovato lì, o che chi ha lanciato l’attacco lo credesse, sarebbe anche un attentato alla vita del presidente. L’attacco è fallito e tutti i droni sono stati abbattuti prima di raggiungere il bersaglio senza vittime né danni.
Il guaio è che l’Ucraina, non avendo satelliti, teoricamente non dovrebbe essere in grado di guidare questo tipo di attacco aereo in profondità e i dati di navigazione per programmare i droni devono provenire dall’apparato ISR di “qualcuno” con tali capacità, come è stato per tutta la durata della guerra in Ucraina. Fornire questo tipo di assistenza rende co-belligeranti secondo il diritto di guerra e costituisce _casus belli_. L’addetto militare dell’ambasciata statunitense a Mosca è stato convocato e gli è stato consegnato il componente elettronico, recuperato e decodificato dai Russi su uno dei droni abbattuti, contenente i dati del bersaglio.
Il messaggio è molto chiaro e i Russi sono furiosi, sia per l’attacco alla residenza presidenziale in sé che per il coinvolgimento dell’infrastruttura strategica. Di fatto, l’America ha attaccato una parte delle capacità strategiche russe e, forse, partecipato al tentativo di assassinarne il presidente. Non sappiamo quale componente del potere statunitense abbia partecipato a questo attacco, ovvero se il presidente Trump sia personalmente coinvolto, ma non fa una enorme differenza.
Cose come queste rendono scenari apocalittici molto concretamente possibili. In risposta a questo, Lavrov ha dichiarato che i bersagli per l’attacco di rappresaglia sono stati individuati e verranno colpiti nel momento che il comando russo sceglierà. Ha anche aggiunto che la posizione negoziale della Russia è cambiata dopo questo attacco.
Tra questo episodio, il rapimento di Maduro, le continue minacce all’Iran da parte di Stati Uniti ed Israele e il sequestro in acque internazionali della petroliera “Marinera”, c’è da domandarsi se e come evolverà il famoso “negoziato” tra i gruppi di contatto di Russia e Stati Uniti per normalizzare le loro relazioni, Ucraina o no. I Russi non avevano bisogno dell’incursione a Caracas per sapere che gli Stati Uniti sono inaffidabili o “incapaci di accordi”, ma questo livello di scontro diretto cambia il quadro in cui i colloqui bilaterali avvenivano.
E’ bene ricordare che l’attacco del 29 Dicembre non è un caso isolato: nel corso del 2025 sono stati attaccati sia il radar a lungo raggio vicino a Voronezh che i bombardieri strategici dell’aviazione russa, lasciati visibili alle foto satellitari in base agli accordi “New START” sulla reciproca verificabilità delle forze nucleari tra Russia e Stati Uniti. Anche in questi due casi vale quanto detto sopra: i bersagli scelti non riguardano la guerra in Ucraina, ma il rapporto di forza strategico tra le superpotenze nucleari. E non potevano essere attaccati senza dati di intelligence inseriti dagli Stati Uniti. La “pazienza strategica” e la volontà della Russia di difendere le proprie linee rosse viene sistematicamente testata da anni e ora la tensione sale rapidamente.
Continuare a vincere la guerra in Ucraina con calma e in economia di forze incoraggia Stati Uniti e Gran Bretagna a tentare costantemente di forzare la mano alla Russia inducendole una reazione inevitabile. Finora, la Russia ha agito diversamente, ma non è detto che possa continuare all’infinito.
Per quanto riguarda la Cina, la vendita di un lotto di armamenti americani da 11 miliardi di dollari a Taiwan ha spinto le forze armate cinesi a svolgere una grande esercitazione di blocco navale e vari scenari di guerra intorno all’isola. Anche qui, gli Americani continuano a dichiarare di sostenere la “politica dell’unica Cina”, ovvero il diritto internazionale, ma riempiono Taiwan e la regione Asia-Pacifico di armi, inclusi nuovi accordi per sottomarini e tecnologia nucleare con la Corea del Sud, il progetto di vendita di sottomarini strategici all’Australia e il sostegno al riarmo del Giappone.
La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) statunitense è stata presentata come un “ritiro” degli Stati Uniti nelle Americhe e in prossimità di esse, dove cercare il controllo totale delle risorse e delle vie commerciali.
Ma la realtà sembra indicare a una ricerca di dominio coloniale diretto di tutto l’emisfero occidentale e a una continua e perfino potenziata ingerenza nella periferia immediata dei “competitors” internazionali, tramite “partners” armati come mai prima. In sostanza: “_Nessuno intorno a noi, noi intorno a tutti_.”
Cinesi e Russi sono freddi e calcolatori, pianificano le strategie geopolitiche sul lungo periodo, ma non sono stupidi. Probabilmente, consapevoli della propria ascesa e del declino statunitense a livello globale, si stanno chiedendo: “_Come gestiamo questa transizione senza che gli Americani perdano completamente la testa per l’accelerazione della propria decadenza e scatenino un casino troppo grande?_”
La domanda è molto seria e la fase pericolosa, perché gli Americani non sembrano agire calcolando tutte le conseguenze sul medio-lungo termine. In Venezuela, che pure è nel loro “cortile di casa”, non potendo occupare il paese in forze hanno eseguito il solo tipo di operazione che poteva riuscire ottenendo un risultato visibile e spettacolare, ma se riusciranno a prendersi il paese e le risorse resta da vedere.
In Iran non si sa cosa potrebbe succedere, anche vista la scarsa efficacia della contraerea americana contro i missili iraniani nella Guerra dei 12 giorni e con lo scenario possibile degli Iraniani che chiudono, anche selettivamente, lo stretto di Hormuz bloccando tutto il petrolio del Golfo Persico. Se l’Iran dovesse vincere uno scontro convenzionale prolungato con Israele o colpire seriamente le basi e la marina americana nella regione, l’ipotesi di escalation nucleare come rappresaglia è estremamente reale, soprattutto da parte di Israele.
Nel frattempo, l’Europa è presa dal piano di riarmo, sempre con armi americane, che non può materialmente sostenere e sembra decisa ad entrare in Ucraina con truppe che a malapena ha, come se potessero ottenere qualcosa oltre a farsi ammazzare.
Sul fronte opposto, però, balbetta di difendere la Groenlandia dal proprio padrone, che nel frattempo ha smesso di trattarla bene. Non lo farà. L’Europa è un oggetto e sarà trattata come tale, o assaggerà la frusta.
Tutte e tre le superpotenze si preparano ad affrontare(o a preparare) uno scontro di grandi proporzioni, ma gli Stati Uniti, che sono gli unici con mire realmente espansioniste, sembrano voler iniziare dai bocconi più piccoli, mentre si attrezzano.
Tuttavia, a causa della pressione di Netanyahu, il teatro più prossimo sembra l’Iran, che non è un boccone piccolo.
Anche se intendono “solo” decapitarlo ed effettuare un cambio di regime, i rischi sono alti. E in Venezuela, abbiamo visto, non è finita.
Al rapimento di Maduro è seguita un’inevitabile ondata di sdegno, isteria e balbettii, in alcuni casi espressi con dignità e senso dello Stato, come nel caso del presidente colombiano Petro. Noi, tuttavia, riteniamo che questo atteggiamento americano così esplicito nei confronti del diritto internazionale possa avere una funzione politico-pedagogica importante per chi sinceramente crede nell’autodeterminazione dei popoli. Il primo, tagliente come un rasoio, a chiamare le cose con il loro nome è stato Mohammad Al Farah, del partito yemenita Ansar Allah:
“I Venezuelani non dovrebbero aspettare le Nazioni Unite per ripristinare il loro presidente; condanne, denunce, rifiuti e dichiarazioni non riporteranno indietro Maduro.”
“Maduro non tornerà dal suo popolo a meno che l’America non senta che i suoi interessi sono minacciati, che le sue navi e navi da guerra sono esposte agli attacchi venezuelani e che il popolo venezuelano è entrato in uno stato di mobilitazione e prontezza, con intensa ostilità verso l’America.”
Naturalmente, Al Farah parla con l’esperienza di chi ha costretto la marina americana e i suoi vassalli, tra cui l’Italia, a ritirarsi dalla prossimità delle sue coste nel Mar Rosso, durante l’operazione “Prosperity Guardian”. Ma il punto è proprio questo, e non riguarda il Venezuela.
Il diritto internazionale protegge chi decide di aderirvi, ma non ha nessuno a imporne l’osservanza. Appellarvisi è giusto, perché un regime anarchico di fatto è comunque meglio della totale assenza di norme e della pura legge della giungla, e anche perché (a parte gli anglosassoni ai quali questa cosa dell’uguaglianza davanti al diritto non è mai piaciuta) si dovrebbe tendere, seppure a passo lento, a procedere verso un ordine delle relazioni internazionali realmente basato sul diritto, davanti al quale gli stati sono eguali. Che dovrebbe poi essere l’essenza ultima del famoso ordine multipolare, per come proposto dai suoi sostenitori.
Ma affidare agli organismi internazionali la reale difesa del proprio paese, popolo, territorio ed interessi legittimi è semplicemente suicida, specialmente davanti a una superpotenza imbizzarrita dalla perdita dell’egemonia e a istituzioni internazionali così sfacciatamente corrotte come l’attuale ONU e le sue agenzie specializzate.
Molti politici e commentatori si stanno affannando a dire che l’implicazione del rapimento di Maduro nelle relazioni internazionali consiste nel fatto che i rapporti saranno basati solo sulla forza. Ma questo è sempre stato il fondamento ultimo dei rapporti tra stati e il rapimento di Maduro rende solamente il fatto più esplicito.
Fa cadere le ultime maschere, ma non introduce una nuova realtà. I professionisti di tutto il mondo basano da sempre i loro calcoli su queste considerazioni, sono i popoli e, sempre più spesso, i politici di carriera che continuano a vivere di chiacchiere e a rimanere indietro.
Assumere questo vuol dire legittimare questa condotta criminale? No, ma chi sa che dovrà difendersi o aspira a liberarsi deve fare i conti con la realtà per quella che è, fare piani e prendere decisioni di conseguenza.
Non sappiamo chi e a che livello abbia tradito Maduro o cos’altro sia successo, ma la lezione è ineludibile, in tutto il Sud Globale e non soltanto.
Ignorarla significa gettarsi da soli in pasto alle iene.
La guerra in Ucraina e la sconfitta della NATO hanno accelerato enormemente lo sviluppo del multipolarismo, quella che vediamo ora è probabilmente l’apertura della fase seriamente contesa della transizione ad esso.
Non sarà soft.
I BRICS+ e gli aspiranti tali, ovvero la maggioranza della popolazione e delle risorse globali, sono essenzialmente un forum allargato per partenariati di varia natura, al momento. Non sono un blocco né un’alleanza, e questo è un bene, ma non hanno nemmeno un vero progetto comune e non stanno tutti dalla stessa parte della barricata.
Considerarli come un blocco non permette quindi di comprendere la realtà attuale.
Quelli di loro che si trovano già nel mirino dell’Impero, e sono molti, faranno bene a prendere le cose con la dovuta serietà. Da adesso in avanti, è d’obbligo sapere che ogni economia dovrà mettersi a prova di sanzioni occidentali unilaterali o il popolo rischierà la fame. Che il vero garante della sovranità, o della schiavitù, continuano ad essere le forze armate. E partire dall’assunto che ogni negoziato con l’occidente nasconde una trappola, anche all’interno dell’occidente stesso.
Le popolazioni, soprattutto, devono sapere che non devono aspettarsi garanzie nè da organi sovranazionali, né da governi venduti né dai loro tribunali. Quello che vogliono, dovranno costruirselo; quello che hanno, dovranno saperlo difendere.
O accettare la schiavitù e il saccheggio.
Perché c’è chi per sopravvivere ha bisogno del loro sangue.