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Breve storia del deep sea mining

di
Alessandra Caraffa
Alessandra Caraffa

Space enthusiast ma con calma.

21 gennaio 2026

Deep sea mining: mentre il mondo chiede una moratoria, Trump accelera sull'estrazione mineraria in acque internazionali

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Fino agli anni Sessanta, il deep sea mining era poco più di una curiosità scientifica. Oggi la prospettiva di estrarre minerali dai fondali marini in acque internazionali minaccia apertamente non soltanto gli ecosistemi oceanici, ma anche il diritto internazionale. Se da un lato l’ONU e la International Seabed Authority (ISA) considerano i fondali oceanici come un patrimonio comune di tutta l’umanità, dall’altro Trump e alcune imprese estrattive particolarmente fameliche cercano di imporre unilateralmente la volontà di sfruttare le preziose risorse che giacciono in alto mare, cioè al di fuori delle giurisdizioni nazionali. Il vero tesoro, infatti, si trova in mezzo al Pacifico, nella zona Clarion-Clipperton, dove ancora nessuno ha mai potuto spingere le sue fantasie commerciali sotto forma di enormi navi estrattive.

Le origini del deep sea mining

La storia del deep sea mining ha ufficialmente inizio nel 1873. In quell’anno, la Challenger expedition , quella che gettò le basi per la moderna oceanografia, scoprì l’esistenza di noduli di manganese sul fondo del mare a poca distanza dall’isola di Tenerife. Per quasi un secolo, questi ciottoli neri non sembrarono attirare le attenzioni di nessuno. Poi, nel 1965, John L. Mero, professore universitario prestato all’industria delle portaerei, pubblicò “The Mineral Resources of the Sea”, un libro che accese le fantasie degli industriali e impresse la prima violenta accelerazione alla storia dell’estrazione mineraria in profondità.

Nei primi anni Settanta erano almeno 30 le grandi aziende con programmi di esplorazione mineraria sottomarina. Tra queste, Deep Sea Ventures (Tenneco), Lockheed and Global Marine, Ocean Resources, Nippon Steel e Mitsubishi. La più grande campagna di marketing per il deep sea mining, però, risale al 1974. L’estrazione mineraria in profondità, infatti, fu la copertura ufficiale di una clamorosa operazione della CIA per il recupero di un sottomarino sovietico, K-129, che era stato perso nel Pacifico nel 1968. Il Project Azorian, che si servì di una nave appositamente costruita, riuscì solo in parte. La copertura, però, si rivelò molto convincente. Così l’interesse per il deep sea mining continuò a crescere, alimentato dalla prospettiva di un profitto pressoché infinito “bloccato” sui fondali marini.

In quegli anni esistevano già consorzi, anche in Italia, nati con il preciso scopo di sviluppare tecnologie di estrazione dei noduli polimetallici nella zona Clarion-Clipperton, nel Pacifico centrale. Ancora, però, dovevano accontentarsi di fare i loro esperimenti nelle acque territoriali di Paesi compiacenti, quasi sempre piccoli stati insulari del Pacifico con un PIL di pochi miliardi di dollari, come Papua Nuova Guinea. Nello stesso periodo, infatti, iniziarono le lunghe negoziazioni che portarono alla definizione della United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS). Nel 1994, con l’entrata in vigore dell’UNCLOS e l’istituzione dell’International Seabed Authority (ISA), che ha il compito di autorizzare e controllare lo sviluppo delle operazioni minerarie sui fondali marini internazionali, le attività iniziarono ad essere regolamentate tramite contratti di esplorazione che potevano, e possono tutt’ora, essere rilasciati esclusivamente dall’ISA.
Intorno al 2010, l’interesse per lo sfruttamento minerario passò dalle agenzie nazionali ai privati. L’industria estrattiva dei noduli polimetallici nacque in quel momento. Ma la più brusca accelerazione in assoluto, in tutta questa storia, è molto più recente.

Trump straccia la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS)

Il 24 aprile del 2025, Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo “Unleashing America's Offshore Critical Minerals and Resources”, con l’obiettivo di “accelerare il processo di revisione e rilascio delle licenze di esplorazione mineraria dei fondali marini e dei permessi di recupero commerciale in aree al di fuori della giurisdizione nazionale” - cioè quelle sotto la giurisdizione dell’ISA, quelle in cui nessuno si è mai spinto in attesa di regolamenti e contratti rilasciati dall’autorità competente.

L’ordine esecutivo di Trump poggia sul Deep Seabed Hard Mineral Resources Act, una legge del 1980 che doveva servire come misura provvisoria per consentire agli Stati Uniti di procedere con le attività minerarie sui fondali fino a quando non fosse stato stabilito un regime di regolamentazione internazionale. Nel 1984, la NOAA ha rilasciato licenze di esplorazione per quattro siti all'interno della CCZ, ma ciò è avvenuto 10 anni prima dell'attuazione dell'UNCLOS. Dopo l'istituzione dell'ISA, gli Stati Uniti non hanno designato altre licenze e nel frattempo due delle quattro licenze sono state cedute. L'ordine esecutivo di aprile, quindi, permetterebbe agli Stati Uniti di rilasciare le prime licenze di esplorazione nella CCZ dal 1984 e le prime licenze in assoluto per l'estrazione di minerali sui fondali d’alto mare.

Eppure il regime di regolamentazione esiste da un bel po’. Che senso avrebbe appellarsi a una legge del 1980? Il fatto è che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato l’UNCLOS, perciò non fanno parte dell’ISA. E quindi l’industria statunitense non può ottenere licenze e permessi per operare in acque internazionali se non “per interposta persona”, esattamente come ha fatto The Metals Company con le sue controllate Nauru Ocean Resources Inc. e Tonga Offshore Mining Ltd, titolari di licenze ISA per l’esplorazione mineraria rilasciati rispettivamente nel 2011 e nel 2012. The Metals Company, che ha anche una controllata USA, ha già annunciato di aver avviato la procedura per richiedere i permessi alla NOAA, come previsto dal Deep Seabed Hard Mineral Resources Act citato nell’ordine esecutivo di Trump.

Così, nel luglio 2025, una coalizione di Stati membri dell'ISA (guidata dal Cile e sostenuta da nazioni come Costa Rica e Francia), ha chiesto al Segretario di indagare sull’eventuale conflitto tra i contratti di esplorazione esistenti e i possibili sviluppi del nuovo codice minerario USA. E se tale conflitto venisse riconosciuto, l’ISA potrebbe revocare le licenze del 2011/12: l'UNCLOS vieta le attività minerarie unilaterali in quanto riconosce i fondali marini in acque internazionali come “bene comune di tutta l’umanità”.

Deep sea mining: a che punto siamo?

Ad oggi, non esiste un’azienda con in tasca un contratto di estrazione mineraria in acque internazionali. Ci sono stati test, esperimenti, esplorazioni - tutti potenzialmente molto dannosi - ma il commercio dei noduli polimetallici della CCZ potrebbe essere ancora lontano. Nonostante anni di negoziati, l’ISA e i suoi membri non sono ancora riusciti a concordare sulle regole da applicare alle operazioni commerciali in alto mare. L’ultimo ciclo di negoziati si è concluso a luglio 2025 con un nulla di fatto. Un crescente numero di Paesi, infatti, si è unito al fronte di coloro che chiedono una moratoria sul deep sea mining, cioè una pausa precauzionale che permetta di valutare il reale impatto ambientale dell’estrazione in acque profonde (potenzialmente devastante, ma di cui sappiamo ancora pochissimo). Così, nel consesso dell’ISA, mancano semplicemente i numeri per varare le nuove regole di estrazione. I negoziati riprenderanno nel corso del 2026.

Nel frattempo, però, è successo qualcosa che potrebbe cambiare tutto: nel 2021, Nauru (volto ufficiale di The Metals Company) ha attivato una procedura prevista dalla Convenzione ONU sul diritto del mare nota come regola dei due anni, che prevede che l’organismo abbia due anni di tempo per definire il Codice Minerario. Allo scadere dei due anni, il ricorrente avrebbe il diritto di presentare domanda di estrazione e l’ISA sarebbe obbligata a valutarla usando le norme in vigore (che praticamente non esistono). La scadenza fissata da Nauru è passata da tempo. Oggi The Metals Company sostiene di avere il “diritto acquisito” di richiedere le licenze di estrazione (e minaccia di far causa all’ONU nel caso in cui le domande non venissero accettate). Il resto del mondo, però, sembra propendere per la moratoria.

E c’è poco da rilassarsi: a differenza di quanto avveniva fino a poco tempo fa, oggi gli strumenti per l’estrazione mineraria in acque profonde esistono. La Cina dispone di un’intera flotta pronta a partire, quando sarà il momento. E anche The Metals Company si è procurata una nave adatta allo scopo grazie alla partnership con Allseas, un'impresa olandese specializzata nelle costruzioni sottomarine famosa per aver dato inavvertitamente a una nave il nome di un criminale nazista.
Mentre le compagnie estrattive spingono, colossi come Google, BMW, Samsung SDI e Volvo (che hanno firmato la moratoria del WWF anni fa) hanno deciso di non legare il proprio nome all’immagine di un robot grande come una casa che distrugge una distesa di spugne millenarie in fondo all’oceano. I consumatori potrebbero non apprezzare.