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Cover your ass: anatomia del riarmo europeo

di
Daniele Dall'Aglio
Daniele Dall'Aglio

Studioso di relazioni internazionali con focus su integrazione eurasiatica e mondo russo, laureato in Mediazione linguistica e culturale con tesi sul conflitto nell' Ucraina orientale quando era ancora quello del 2014/15. Attivista e cercatore da sempre.

13 gennaio 2026

L’Europa tra riarmo e declino: il fallimento in Ucraina spinge le élites verso autoritarismo ed l’economia di guerra. Un’analisi sui rischi di un conflitto senza ritorno

ursula von der leyen rearm europe
La guerra combattuta in Ucraina negli ultimi quattro anni ha bruciato buona parte degli arsenali esistenti nei paesi della NATO, insieme alle speranze di vedere la Russia e la sua dirigenza politica capitolare, come i governi europei e statunitense avevano pianificato, e ai soldi che gli occidentali avevano puntato sul successo dell’impresa. Tuttavia le classi dirigenti occidentali hanno investito troppo capitale politico sul progetto di smembramento e saccheggio della Russia, in seguito alla sua ipotizzata sconfitta, e se gli Stati Uniti hanno visto un cambio al vertice dal Febbraio 2022 ad oggi, ovvero la seconda presidenza di Donald Trump, questo in Europa non è avvenuto. Di conseguenza, per le cosiddette élites europee, assumere il fallimento del progetto Ucraina significherebbe ammettere di aver giocato e perso.

Ora, ovviamente questo è esattamente ciò che è avvenuto, ma per un dirigente politico avere investito su una grande guerra e poi averla persa significa da sempre decadere dalla propria posizione di potere o, in alternativa, consolidarla con la forza e l’autoritarismo. Nel caso europeo, questa situazione è aggravata da una serie di elementi:
- le principali cariche degli organi esecutivi europei non sono elettive ed erano quindi già in partenza prive di solida legittimazione democratica diretta;
- le istituzioni europee erano già molto mal viste da una parte consistente della popolazione in tutti gli stati più grandi, importanti e popolosi dell’Unione;
- il nemico contro cui la guerra è stata persa è il primo paese produttore di materie prime al mondo e forniva energia a basso prezzo a buona parte dell’Europa occidentale. La guerra ha fatto salire i prezzi di queste materie prime e fonti di energia e addirittura causato la distruzione di un’infrastruttura energetica strategica (il gasdotto North Stream), che alimentava la maggiore economia europea, ovvero la Germania. Il risultato è stato l’aumento del costo dell’energia sia per l’industria che per le utenze domestiche in tutt’ Europa e milioni di cittadini hanno perso il lavoro o sono diventati molto più poveri pur mantenendolo;
- quello che non ha fatto l’aumento dei prezzi lo hanno fatto le “sanzioni”, che non hanno strangolato la Russia, anzi, in termini strategici l’hanno rafforzata, ma hanno impoverito consistentemente l’Europa, già avviata sulla deindustrializzazione e con economie basate sui servizi, e l’hanno condannata a non poter essere competitiva sui mercati, semplicemente perché produrre in Europa costa troppo;
- la guerra ha visto commettere da dirigenti, comandanti e propagandisti occidentali, o semplicemente ha portato allo scoperto, una serie di crimini, dalla corruzione su vasta scala alla falsificazione delle notizie ai crimini di guerra e crimini contro la pace, particolarmente gravi e odiosi. Trovarsi nella posizione di sconfitti comporta una consistente probabilità di essere processati e condannati per i crimini commessi durante la preparazione e lo svolgimento del conflitto, quindi queste persone potrebbero rischiare seriamente non solo di perdere il potere, la reputazione e lo status, ma anche la libertà e i frutti delle loro ruberie;
- a questo si aggiunga il desiderio di vendetta di milioni e milioni di persone che in questa guerra hanno perso affetti, proprietà o incolumità personale e potrebbero voler regolare i conti con i responsabili, a prescindere dall’esito dei processi di cui al punto precedente. Un tribunale può anche assolvere o condannare in contumacia (assenza), ma persone o organizzazioni motivate e decise potrebbero trovarli e non dare tanto peso a procedure e formalità. Anche i servizi di intelligence di paesi danneggiati dal conflitto potrebbero avere in serbo questo tipo di azioni, qualora gli organi internazionali non facessero giustizia;
- il Comitato Investigativo della Federazione Russa è attivo e raccoglie documenti, testimonianze e prove sin dall’inizio del conflitto su tutti i crimini di cui sopra, da quelli dei militari ucraini o internazionali nell’area delle operazioni a quelli dei giornalisti che li hanno sostenuti, fino ad arrivare ai leader politici e ai comandanti militari, o ufficiali dei servizi, occidentali che hanno avuto parte nella loro pianificazione e attuazione. Un tribunale speciale è già stato creato. Questo significa che quando l’attuale fase del conflitto sarà finita, almeno nella Federazione Russa ci sarà un processo, durante il quale saranno resi noti nomi ed emesse condanne. Molte persone allora faranno bene non solo a evitare di mettere piede su suolo russo o di attraversare quello spazio aereo, ma anche a cercarsi un buon nascondiglio e sperare che questo sia sufficiente. Non per tutti lo sarà, non da ultimo perché la Russia ha molti “amici” in giro per il mondo;
- se gli Stati Uniti d’America manterranno l’attuale linea dell’amministrazione Trump (ed è un grosso “se”) di ricerca di un _modus vivendi_ con la Russia indipendentemente dal conflitto in Ucraina, dal quale stanno cercando di sganciarsi per quanto possibile, gli europei rimarranno soli ad affrontare le conseguenze del conflitto che hanno promosso, prolungato e perso, mentre tutti gli altri si saranno già messi d’accordo. Quindi finirebbero in larga misura per pagare per tutti. Considerato che le superpotenze si muovono su un piano a parte dell’arena internazionale ed è bene che trovino un modo per convivere, salvando un minimo di apparenze anche nella sconfitta se occorre, varie gradazioni di questo scenario sono in ogni caso un esito probabile;
- gli accordi di Minsk-2 del 2015, la cui mancata attuazione è una delle basi del conflitto in corso, anche dal punto di vista giuridico, furono sottoscritti dai presidenti Merkel, Hollande e Poroshenko (Germania, Francia e Ucraina), non da Obama degli USA, per quanto riguarda il campo occidentale. Tutti e tre hanno in seguito apertamente dichiarato alla stampa di aver accettato quell’accordo senza avere intenzione di attuarlo e solo per prendere tempo e riarmare l’Ucraina. Tuttavia tali accordi sono stati assunti dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU con la risoluzione 2202 ed hanno dunque valenza di diritto internazionale, non solo tra le parti che li hanno sottoscritti, ma per tutti gli stati dell’ONU. Averli firmati con lo scopo premeditato di disattenderli costituisce un crimine contro la pace e tale responsabilità ricade sui firmatari, non su altri;
- militarmente non c’è niente che l’Europa né la NATO, Stati Uniti compresi, possano fare per cambiare l’esito del conflitto: nessun missile Tomahawk, caccia F-16, F-35, carro armato Leopard-2 o Abrams né altri sistemi d’arma farebbero reale differenza, meno che mai a questo punto e nelle quantità disponibili;
- economicamente la Russia ha in mano carte molto migliori di tutto l’Occidente combinato anche in caso di prolungamento esteso del conflitto o isolamento internazionale, isolamento che è comunque ben lontano dall’orizzonte del momento;
- questa è solo un’ipotesi, ma c’è una teoria, diffusa soprattutto in Russia, secondo la quale parte dei fondi sovrani russi depositati in Europa e congelati dopo lo scoppio del conflitto sia già stata rubata da tecnocrati europei, quando questi erano convinti che la Russia sarebbe collassata economicamente e politicamente dall’interno a causa della guerra, del dissenso e delle sanzioni. Questo scenario avrebbe garantito a chi aveva fomentato la guerra diritto di saccheggio sulle ricchezze della Russia, che sono gigantesche, una volta insediato a Mosca un governo compiacente, e permesso altresì di non avere alcun problema coi fondi rubati. Ma, nello scenario attuale, le cose sono ben diverse e qualcuno prima o poi potrebbe dover rispondere di quella eventuale sottrazione di fondi sovrani di una superpotenza vincitrice. La domanda è: se questo fosse accaduto, fino a dove si estenderebbero le responsabilità? Per un’operazione di questo tipo dovrebbero essere coinvolti piani molto, molto alti del potere euro-atlantico, anche all’interno del sistema bancario.

In cosa si traduce, in pratica, tutto questo per l’Europa ed i suoi governanti? In due parole: panico e disperazione. Avere “scommesso la propria casa” su un progetto fallito e ritrovarsi con il cerino in mano davanti al nemico vincitore, disprezzati dalla propria popolazione impoverita e sconfitta, è una pessima posizione in cui trovarsi. Posizione dalla quale non è detto che vi siano vie di uscita, a meno di non considerare “vie di uscita” il carcere e la disgrazia.

Il riarmo come soluzione

Il piano europeo per il riarmo quindi non appare quindi come una strategia, ma come l’espressione dell’assenza di una strategia, perché se si osserva il comportamento delle leadership sia statunitense che europea, si può constatare che l’unica opzione che il partito della guerra sente di avere è raddoppiare la posta in gioco e non ha mai avuto un piano B. Trump, per parte sua, tenta di improvvisarne uno e gestire la sconfitta strategica della NATO in Ucraina sfilandosi da quel conflitto, ma gli euroburocrati non hanno questa opzione. E nemmeno la NATO stessa che, sebbene sia un prodotto diretto della politica estera degli Stati Uniti, non sembra organizzazione allineata con la Casa Bianca di Trump. Anzi, sembra proprio vedere l’attuale presidente come una minaccia mortale alla sua stessa esistenza e a ragion veduta.

La NATO è stata, a livello di organizzazione, il principale pilastro della proiezione estera degli Stati Uniti, da quando fu creata nel secondo dopoguerra. Ma se gli Stati Uniti trovano un _modus vivendi_ con la Russia, non basato sulla minaccia militare diretta dall’Europa, e riorganizzano la propria impronta globale su altre priorità geografiche ed economiche, tutti quelli che hanno “vissuto di NATO” per decenni rischiano seriamente di ritrovarsi senza lavoro, stipendio e importanza.

Si noti che questo vale tanto per i burocrati dell’organizzazione, dal segretario generale in giù, quanto per interi stati quali le repubbliche baltiche, la Polonia o, più di recente, la Finlandia, che smettendo di trovarsi “sulla linea del fronte” diverrebbero(o tornerebbero) semplicemente irrilevanti. Per le classi dirigenti di questi paesi(e non soltanto), NATO e UE sono state per decenni il bancomat del babbo ricco, nonostante le varie retoriche nazionaliste. Sbandierare la minaccia russa e la difesa collettiva significa semplicemente tutelare i propri interessi e privilegi personali, familiari e di classe.

Il riarmo europeo risponde perfettamente a tutte queste esigenze, ma c’è di più: se la crisi dell’industria europea è sotto gli occhi di tutti, l’idea di rilanciarla producendo armamenti sembra aver sedotto tutti quelli ai posti di comando su entrambe le sponde dell’Atlantico. I grandi industriali europei, relegati alla non competitività da un lungo processo, che la guerra ucraina ha solo bruscamente accelerato, pensano di recuperare qui ciò che hanno perso con la fallimentare “conversione green”, in primis la transizione alle auto elettriche e alle energie rinnovabili, con l’aumento dei costi di produzione e con la cocente sconfitta incassata dai competitori asiatici in molti settori.

Teniamo presente che questi gruppi non si muovono nel paradigma del capitalismo produttivo, dove incassano “solo” il ricavato della vendita dei loro prodotti. Sono gruppi quotati in borsa e collegati tra loro nei mercati finanziari e nei grandi fondi di investimento, dove viene generato “dal nulla” tramite prodotti finanziari, speculazione e meccanismi vari, un profitto di vari ordini di grandezza superiore al valore reale della merce venduta, che è solo la punta dell’iceberg mentre tutto il resto è ciò che abbiamo spesso chiamato “la grande bolla”. Non è un caso se dal 2022 ad oggi le quotazioni delle aziende di armi europee hanno visto i loro titoli moltiplicare il proprio rendimento, anche laddove alle aziende americane non accadeva lo stesso e nonostante l’esito non favorevole del conflitto.

Questo meccanismo fa anche sì che i produttori di armi e il loro indotto siano in ottima compagnia, nel mondo finanziario, a caldeggiare questo piano. Dopotutto, chi detiene grandi pacchetti nel settore degli armamenti occidentale fa la stessa cosa in quello del Big Tech, Big Pharma e compagnia bella, e i grandi fondi di investimento nei quali confluisce tutto sono poi sempre i soliti tre. E siccome sia i grandi gruppi industriali che i grandi finanzieri hanno i loro interessi e maggiordomi in politica, ecco spiegata l’armoniosa concordia che accompagna questo progetto, incluso tra coloro che poi in realtà la guerra vera con la Russia non hanno mica tanto voglia di farla, tra cui peraltro la nostra Giorgia Meloni, a quanto sembra. A loro basta che chi di dovere faccia soldi a palate, in cambio avranno la loro fetta della torta, opportunamente sistemata, un sufficiente spazio di manovra politico per realizzare qualche progettino e accontentare un po’ di elettorato ed eventualmente ricavarsi il proprio trafiletto nella Storia.

Poi la guerra potrà esserci o non esserci, ma i giochi veri saranno fatti comunque. Perchè, parlando seriamente, chiunque capisce che la vera sovranità esercitata nell’interesse collettivo non è compatibile con tutto questo.
Al massimo un po’ di retorica sovranara per mantenere un minimo di consenso e dare la colpa di quello che non va agli immigrati e ai dissidenti, ma finisce lì. A proposito di sovranità, anche gli Stati Uniti di Trump, che di questa parola si riempiono la bocca un giorno sì e l’altro anche, sembrano soddisfatti di questa soluzione. L’ industria delle armi occidentale è per la gran maggioranza americana, dunque questo piano collima perfettamente con il famoso 5% del bilancio, da spendere in armi e “protezione”, preteso da Trump dai vassalli europei. I produttori europei, non c’è bisogno di dirlo, hanno e avranno la loro parte, come si diceva prima.

Non bisogna sottovalutare la condizione di crisi strutturale degli Stati Uniti, in tutto questo. Sullo sfondo, c’è ancora e sempre il fatto che gli Stati Uniti hanno perso la corsa agli armamenti con la Russia e quella all’economia reale con la Cina.

Il piano europeo di riarmo è perfetto per realizzare l’idea che era per buona parte alla base del progetto Ucraina fin da subito: trasformare l’Europa nell’ultimo pasto degli Stati Uniti e staccarla per sempre dalla Russia, che le forniva l’energia a basso costo, e dall’Eurasia, connessa e integrata da vari progetti e organizzazioni sempre più rilevanti e interconnessi tra loro, tra cui Belt and Road Initiative (le nuove Vie della Seta), Unione Economica Eurasiatica, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Corridoio Commerciale Internazionale Nord-Sud, BRICS+ e via dicendo.

Con questo ultimo pasto europeo e il conseguente trasferimento della ricchezza degli stati e dei popoli europei al mercato finanziario e all’economia statunitense, l’Impero ritiene di poter succhiare abbastanza sangue da riuscire a guadagnare il tempo che gli serve per riorganizzarsi, che sia per entrare nell’ordine della multipolarità con delle carte migliori in mano o per prepararsi alla grande guerra, da combattere il più possibile per procura tramite i vassalli orientali, con il vero nemico del momento, la Cina. Le due opzioni non si escludono a vicenda. Naturalmente, anche la rivisitazione trumpiana della “dottrina Monroe”, l’aggressione al Venezuela e l’assalto rinnovato alle risorse dell’America Latina hanno il loro ruolo nel piano, ma questa è un’altra storia.

Sul piano della politica interna europea, infine, dobbiamo sottolineare come la retorica del nemico alle porte e la militarizzazione dell’economia siano funzionali ad un altro punto essenziale che abbiamo indicato all’inizio.
Avete già capito, parliamo della blindatura delle classi dirigenti, la limitazione delle libertà politiche e la criminalizzazione del dissenso.

Quanto abbiamo detto sopra non si può fare senza perimetrare il dibattito politico, economico e sociale, rinforzare la censura e spaccare la schiena a chi rompe i contorni della narrazione. Per il lavoro sporco, gli estremisti di destra, le bande di crimine organizzato sia autoctone che migranti, magari con quanto basta di fanatismo religioso dove serve, giusto per alimentare l’insicurezza e il razzismo, e soprattutto gli abbondanti resti di militanti fascisti ucraini, bene armati e con esperienza sul campo, andranno benissimo. E’ probabile che ci siano già piani per usarli come spina dorsale dell’apparato repressivo europeo. Dal punto di vista di chi lo ha concepito, il piano sembra geniale.

Cosa può andare storto?

Qui viene il bello. Facciamo un elenco:

- non sono solo i paesi europei, ma anche gli Stati Uniti sono a uno stadio avanzato di deindustrializzazione. La guerra in Ucraina e il “Conflitto dei 12 giorni” tra Iran ed Israele hanno evidenziato chiaramente che la base industriale americana non è in grado di reggere il passo con il consumo di armi, mezzi, munizioni, missili e quant’altro che una guerra vera impone, nel momento in cui si smette di bombardare matrimoni in paesi militarmente indifesi e si affronta un nemico serio. Non c’è somma di denaro che possa ripristinare in tempi brevi o medi quella che fu l’industria americana del ventesimo secolo. Il paese, come sistema, non è più strutturato così, dai costi di realizzazione delle opere, alle infrastrutture e al sistema scolastico. Se invece che degli Stati Uniti, poi, parliamo dell’Europa, allora come direbbero gli americani “It’s not even funny”, non è nemmeno divertente. Nessun paese o unione può essere una potenza industriale e, di conseguenza, militare, senza materie prime, energia a basso costo, tecnologia militare avanzata, base industriale pronta in tempi brevi, popolazione giovane e disponibile per il progetto. L’Europa non ha niente di tutto questo e gli Stati Uniti, se davvero hanno altre priorità, non potranno destinare all’Europa il poco di incremento di produzione che riusciranno a raggiungere nei prossimi anni. Sempre che ci riescano;
- a livello di tecnologia militare adatta agli scopi, il quadro non è incoraggiante per l’Occidente. Può ancora bombardare impunemente paesi poveri, deboli e divisi, o civili indifesi, e può scatenare guerre civili con eserciti irregolari. Può condurre operazioni speciali, specie se precedute da generose mazzette in paesi strongolati da decenni di “sanzioni”. Ma il campo di battaglia ucraino e altri teatri di operazioni recenti hanno dimostrato che sia a livello di mezzi e sistemi che di pianificazione militare, la NATO non è affatto impressionante. La cosiddetta “controffensiva” ucraina dell’estate 2023, preparata da ufficiali occidentali insieme agli Ucraini e con fanteria addestrata secondo i manuali NATO, non ha nemmeno raggiunto la prima delle tre linee di difesa preparate dai Russi ed è costata la vita di 160.000(!) uomini delle Forze Armate Ucraine. Il grosso delle armi occidentali e americane sono sistemi obsoleti o in via di obsolescenza contro un nemico sviluppato. I missili Tomahawk, ad esempio, sono arma a lungo raggio standard della Marina degli Stati Uniti e bersaglio standard per la contraerea russa, che infatti ne abbattè a decine già in Siria. L’occidente ha in arsenale pochi piccoli missili supersonici e niente di ipersonico, il famigerato “Dark Eagle” per ora è a livello di prototipi e non sembra impressionante, la strada è ancora lunga. I sistemi di difesa aerea americani o occidentali, per parte loro, sono largamente inefficaci. Non hanno potuto difendere i campi petroliferi americani in Arabia Saudita, né le navi della NATO nel Mar Rosso, da droni subsonici e poco costosi usati dagli yemeniti di Ansar Allah (detti “gli Houthi”), non hanno potuto difendere Israele dai missili iraniani, non parliamo nemmeno dell’Ucraina, dove hanno spesso causato danni a edifici e abitazioni civili colpendole per errore cercando di seguire bersagli che continuavano a perdere dopo il lancio. Per usare una metafora, pensare di andare in battaglia con uno scudo che non protegge e una spada spuntata è molto complicato. E la sola cosa peggiore di fare una guerra è farla per poi perderla. Esito che, peraltro, sarebbe un danno per gli stessi produttori di armi, perché tutto il mondo vedrebbe che queste nella guerra vera non funzionano. Peraltro, questo è in larga misura già succeso, buona parte degli acquisti attuali di armi americane derivano da dipendenza politica degli acquirenti, accordi economici per la costruzione di una parte di essi in loco da produttori nazionali, o semplicemente dal fatto che vengono usati contro nemici non in grado di difendersi, tipo Gaza o il Libano;
- dall’altra parte non si può dire lo stesso. La Russia ha già in produzione di serie un’intera generazione di armi a lungo raggio, anche ipersoniche di vario tipo, la impiega efficacemente sul campo con regolarità e lavora alacremente alla seconda. Di fatto, può colpire e distruggere qualsiasi bersaglio, inclusi quelli più difesi, corazzati e sotterranei in qualsiasi punto dell’Europa senza dover utilizzare armi nucleari e nessun sistema antiaereo occidentale può fermare o intercettare quei missili. E’ una sentenza di morte assicurata per ogni centro di comando militare o politico europeo nel caso in cui lo scenario di guerra diventasse reale. Lo stesso si può dire di aree di raccolta delle forze, snodi logistici o catene di approvvigionamento. Per molti suona strano, ma la realtà è che niente che nessun paese occidentale può fermare i missili Kinzhal, 3M22 Zircon e Oreshnik, ma anche senza scomodare le armi ipersoniche già i missili supersonici manovrabili della famiglia “Kalibr” sarebbero un enorme problema, considerando che nessun paese europeo ha un sistema di difesa aerea paragonabile a quello dell’Ucraina all’inizio dell’ Operazione Militare Speciale. Allo stesso tempo, nessun paese occidentale ha sistemi antiaerei paragonabili a quelli russi. Un conto è colpire un bersaglio ogni tanto o condominii vicino al fronte, tutt’altro è colpire bersagli strategici in Russia e causare un danno che ne limiti le capacità di rispondere o continuare a combattere. L’asimmetria con la Russia sulla contraerea missilistica risale alla Guerra Fredda e il divario nel settore non è mai stato colmato, nemmeno dagli Stati Uniti all’apice della loro potenza. E per quanto riguarda Caracas, lì la contraerea è stata sconfitta dal tradimento, non dalle armi americane;
- nessun popolo europeo ha il desiderio o la motivazione per combattere una guerra di quel genere, che comporterebbe migliaia di morti al giorno anche nelle retrovie, ammesso e non concesso che le truppe e gli equipaggiamenti riescano a essere trasportati fino alla zona di combattimento. Cosa che, come abbiamo visto, è tutt’altro che scontata. Anche perché in realtà è probabile che entro i primi minuti o ore dallo scoppio delle ostilità, i centri di comando politico-militare e snodi logistici europei verrebbero distrutti insieme ai dirigenti al loro interno dalle armi russe a lungo raggio. A quel punto, se anche qualcosa sopravvivesse della leadership politica, le forze armate europee perderebbero la capacità di muoversi in maniera coordinata e coesa come un’unica forza. In effetti, probabilmente molti europei si rifiuterebbero di combattere anche in caso di invasione estera del proprio paese ed infatti gli arruolamenti volontari negli eserciti europei sono in calo costante da anni, persino a fronte di buoni stipendi e missioni relativamente a basso rischio;
- nessun paese europeo né l’UE dispongono delle risorse economiche e materiali per finanziare, mobilitare e mantenere né la macchina militare né le catene logistiche per sostenerla nell’area delle operazioni, neppure se avessero la base industriale per allestirle in primo luogo. Cosa che, come abbiamo visto, non hanno e non sarebbero comunque in grado di difenderla dagli attacchi missilistici nemici una volta che iniziasse lo scambio di cortesie;
- la coesione politica interna all’UE non è tale da garantire un fronte compatto contro un nemico comune, anzi, rivalità tra stati europei permangono e i membri non si fidano gli uni degli altri, dato che nonostante le chiacchiere perseguono ciascuno i propri interessi particolari da sempre. Una rappresentazione chiara se ne ebbe allo scoppio della pandemia, con i paesi che si “rubavano” forniture e mascherine a vicenda;
- la NATO esiste da decenni, ma non c’è nessun esercito europeo. Esistono eserciti nazionali, in verità piuttosto piccoli e con capacità molto limitate, concepiti come forze ausiliarie dell’Esercito degli Stati Uniti nel contesto della NATO. Non solo creare tale esercito non è operazione semplice, economica o veloce, ma se anche si cominciasse domani, chi ne avrebbe il comando? Il governo francese o polacco affiderebbe il comando delle proprie truppe a un generale tedesco o viceversa, per esempio? E quanti europei appoggerebbero questa decisione?
- se gli Stati Uniti effettivamente abbandonano l’Europa al proprio destino, a patto che questa compri armi e merci americane e non si metta d’accordo coi nemici dell’America, cosa succede nel momento in cui questa Europa va alla guerra con la Russia, senza la diretta protezione americana e nelle condizioni che abbiamo visto?

Qui dobbiamo esaminare diverse possibilità, formulate molto sommariamente.

Scenario 1: l’Europa, non si sa come e in barba a tutto quel che abbiamo sin qui considerato, vince la guerra convenzionale e la Russia, senza più altra scelta, la cancella dalle carte geografiche con le armi nucleari. Gli Stati Uniti, in quel caso, andrebbero allo scontro nucleare, e dunque incontro alla distruzione assicurata, per “salvare” Berlino, Parigi e Varsavia, già condannate comunque, in nome di una guerra dalla quale avevano fatto tutto questo per tirarsi fuori?

Scenario 2: l’Europa perde la guerra convenzionale e, insieme ad essa, le proprie classi dirigenti atlantiste e il suo potere d’acquisto, lo stesso potere d’acquisto che doveva essere l’ultimo pasto degli Stati Uniti.
Le fabbriche di armi vengono distrutte al pari dei centri decisionali e anche i loro dirigenti potrebbero essere bersaglio di attacchi mirati e fare una brutta fine. Il mondo vede gli ultimi modelli di armi americane ed europee come costosissimi giocattoli inutili e l’Europa in macerie, per la terza volta in meno di 150 anni, grazie alla “strategia” degli Stati Uniti e dei loro servitori.
A quel punto, gli Americani cosa fanno? Rientrano in armi nel conflitto da cui si erano chiamati fuori e vanno in guerra diretta con la Russia, ovviamente sempre nelle condizioni che abbiamo detto e rischiando l’olocausto nucleare, o si tengono la figuraccia globale che affossa sia la loro strategia di transizione che il loro status internazionale in maniera definitiva?
La Russia detta le condizioni, gli europei sono gravati da debito insolubile, povertà diffusa, corruzione dilagante e un apparato repressivo interno ancora in piedi.

Scenario 3: Europa e Russia si dissanguano a vicenda e lasciano gli Stati Uniti con le tasche piene, con due competitori in meno (uno reale e uno potenziale) e liberi di dedicarsi alla lotta con la Cina e al consolidamento del dominio sull’emisfero occidentale.
Secondo alcune teorie vorrebbero perfino finanziare una seconda ricostruzione dell’Europa dopo una grande guerra, ma l’essenziale sarebbe ripetere, mutatis mutandis e con una Cina in più, lo scenario del secondo dopoguerra, che li vide uscire intatti in un mondo a pezzi all’infuori di loro.
In questo scenario, una Russia debole sarebbe poi facile da ricattare e saccheggiare legalmente, fornendo altra linfa vitale all’Impero con le sue materie prime e privando la Cina del suo più prezioso alleato strategico.
Alcuni sostengono che il piano sia questo.
Francamente, ci sembra poco realistico e abbiamo inserito questa eventualità per permettere di seguire questo filone di ragionamento, visto che c’è chi ci crede.
Se, da un lato, l’Europa ha una popolazione di circa tre volte maggiore di quella russa, dall’altro tutti i punti esposti sopra riguardo a base industriale, accesso a energia e risorse, tecnologia militare, sistema logistico, risorse economiche e morale delle popolazioni permangono.
Senza contare che la Cina stessa sarebbe costretta a trattare l’eventualità di una sconfitta russa come una minaccia inaccettabile e farebbe tutto quel che può per impedirla.
I rapporti di forza non sembrano tali da supportare questo scenario, ma se anche lo fossero, significherebbe la fine della Russia.
La quale, di nuovo, davanti a questa prospettiva cancellerebbe l’Europa dalle carte geografiche con le armi nucleari. Quindi si torna allo scenario 1.
Per quanto riguarda un nuovo piano Marshall, poi, gli Stati Uniti di oggi sono ben lontani dalla potenza industriale degli anni ‘40/’50 del ‘900 e non si capisce perché dovrebbero imbarcarsi in un’impresa tanto titanica per una regione diventata irrilevante.

Come si può notare, in nessun caso c’è uno scenario meno che disastroso per l’Europa, mentre invece tutti implicano vari gradi di distruzione e povertà generale, smantellamento di garanzie sociali, repressione violenta del dissenso e autoritarismo di stato o di apparato. Tutte cose che peraltro si inizia già a vedere.
Ovviamente le ipotesi qui esaminate contengono a loro volta molte variabili e noi non abbiamo certo tutte le carte in mano, ma ci aiutano comunque a definire un orizzonte attendibile.

Riarmo senza guerra?

I punti precedenti tuttavia, come avrete notato, valgono nel caso in cui prevalesse quella parte che persegue veramente la prospettiva di entrare in guerra con la Russia. Ma se invece a prevalere fosse quella parte più “speculativa-mercantilista” e meno veramente guerrafondaia in cui abbiamo collocato l’Italia meloniana?

In questo caso gli ostacoli materiali restano fondamentalmente:
- la mancanza di materie prime e fonti di energia;
- la mancanza di risorse economiche.

Un apparato militare industriale serio costa cifre astronomiche. Nel nostro caso, i soldi usciranno dal settore pubblico per entrare in quello privato per non uscirne più. Non sarebbe un investimento, perché non c’è un ritorno possibile. Anche qualora accadesse l’impossibile e l’Europa attaccasse la Russia, la sconfiggesse e saccheggiasse senza farsi incenerire, qualcuno crede che i popoli europei occidentali parteciperebbero alla spartizione del bottino? O che il complesso militare-industriale-finanziario europeo userebbe la ricchezza conquistata per ricostruire lo stato sociale?

A parte questo, i nostri politici e dirigenti stanno ragionando alla rovescia: non è un complesso militare industriale (men che meno uno arretrato rispetto a quello della controparte) che può rilanciare un’economia morente, è solo un’economia estremamente forte che può sostenere un grande complesso militare industriale, la cui sola ricerca e sviluppo costa cifre esorbitanti che pochissimi possono permettersi.

Ma se gli ostacoli prettamente materiali iniziali sono questi, comunque molto significativi, le implicazioni del seguire questo piano dovrebbero far riflettere a prescindere. È nostro interesse, come persone, popolo e Stato, essere più poveri, non liberi e con l’ombra della guerra che incombe costantemente su di noi, a causa di una classe dirigente irresponsabile e parassitaria scollegata dalla società?

Infine, c’è un altra grave implicazione e fattore di rischio concreto nell’imboccare la direzione del riarmo europeo, anche se fosse “solo” un modo per far soldi e stringere la presa sul potere senza andare in guerra con la Russia.
Una volta intrapresa quella strada, gli “strateghi” potrebbero ritrovarsi comunque pieni di armi e debiti, ma con un nemico fuori portata; a quel punto, la tentazione di usare quelle armi e l’apparato connesso alla loro produzione e impiego per rilanciare guerre coloniali e andare a prendersi delle risorse là dove queste si trovano, o per scannarsi tra di loro rispolverando rivalità e contenziosi in Europa potrebbe apparire molto reale e seducente, considerate le loro inclinazioni.

Il bacino del Mediterraneo, l’Asia occidentale, varie regioni dell’Africa (per esempio il Sahel), la regione balcanica e l’Europa centrale hanno un tremendo potenziale per questi due scenari. E quando il consenso cala e il debito cresce, un nemico esterno e un’occasione per tentare il saccheggio, con la scusa del terrorismo o dello “scontro di civiltà”, possono apparire come una salvezza. Così come oggi lo appare il riarmo. Il giocatore compulsivo non smette di giocare, raddoppia sperando di poter pagare i debiti. Non è difficile capire che, sebbene non sia come andare allo scontro con una superpotenza nucleare, anche questa declinazione sarebbe catastrofica.

Una grande guerra intra-europea tra confinanti, come è stata prassi per secoli, causerebbe indicibili distruzioni e sofferenze e innescherebbe una spirale difficile da fermare. Un rilancio delle guerre di spedizione coloniale europee sarebbe parimenti insostenibile sia a livello di economia che di logistica, vedrebbe commesse chissà quali atrocità, aprirebbe un fronte interno non trascurabile con le comunità migranti in Europa, praticamente in ogni paese, e metterebbe gli stati europei in un ulteriore, aggravato scontro diretto con il Sud Globale e, di fatto, le potenze che sostengono il mondo BRICS+.
L’Europa, o anche i suoi singoli stati, uscirebbero dalla storia come aguzzini seriali irredimibili.
E nessuno, giustamente, crederebbe più alla favola della distinzione tra popoli e governi europei.
_La responsabilità, come la causalità, è ineludibile._

Conclusioni

Il riarmo europeo, per come ci viene raccontato e venduto dai suoi interessati sostenitori, non è materialmente realizzabile, ancor prima di essere indesiderabile per l’interesse collettivo. Il trasferimento di poteri e ricchezze che comporta, e per i quali è stato realmente concepito, tuttavia, può avvenire ugualmente e a prescindere dall’esito effettivo dell’operazione. In realtà questo è semplice, basta prendere i soldi e attribuirsi i poteri, con il pretesto della minaccia esterna alle nostre “sicurezza” e “democrazia” che abbiamo visto, e poi fallire nell’ottenere i risultati promessi. O non tentare nemmeno, visto che in fondo non è quello l’importante.

I popoli europei non sono abituati a inchiodare i politici e i potenti alle loro responsabilità, e il livello di controllo mediatico, informativo, economico e securitario presenti nei paesi europei possono gestire gli oppositori, fintanto che questi non superano la soglia critica. Con ogni probabilità è proprio su questo che le “élites” europee contano, ovvero che la gente continui a dormire. La sola speranza dei popoli che vivono in Europa occidentale è in un’opposizione politica organizzata a questo progetto.

Qualcuno sostiene che i governanti d’Europa sono troppo superficiali e incompetenti per realizzare il piano comunque. Può essere. Di certo, come abbiamo visto, non ne hanno le risorse reali. Ma per seppellire quelli che continuano ad accettarne il comando ne hanno a sufficienza, se nessuno li intralcia.

Chi scrive queste righe crede nel principio di autodeterminazione dei popoli, ovvero anche nella sovranità reale come condizione necessaria, non sufficiente di per sè, perché i governi possano lavorare avendo come fine il benessere delle proprie popolazioni. Questo senza dubbio comporta anche spese per il sistema di difesa, perché chi non vuole mantenere le proprie forze finisce per mantenere le forze e gli interessi di qualcun altro.
Che è esattamente ciò che stiamo facendo ora con la NATO. Strategia significa anche formulare degli obiettivi in base ai propri interessi e trovare un punto d’incontro tra gli obiettivi e le risorse disponibili.

L’Italia, e il suo popolo, non ha nemici naturali. Non ha contenziosi territoriali con nessuno e nessuno la minaccia militarmente. Gli Italiani non vogliono la guerra, non sono pronti a farla e in ogni caso non potremmo mai vincerla. Le minacce reali con cui dobbiamo confrontarci riguardano l’economia o la coesione sociale interna, le mire di dominio e saccheggio della finanza internazionale o le grandi sfide globali quali cambiamento climatico, flussi migratori incontrollati, degrado ambientale e criminalità/terrorismo internazionale. Al primo posto, tuttavia, andrebbe collocata la guerra su vasta scala, invece siamo proprio noi a promuoverla e forse nemmeno consciamente.

Tutte le sfide citate sono connesse tra loro, in un modo o in un altro. Il riarmo europeo è controproducente nei confronti di ciascuna di esse insieme alle istituzioni che lo promuovono. Non ha niente a che vedere né con la sicurezza né con il benessere e diminuisce consistentemente entrambi. _E’ una questione di soldi e di potere che non c’entra nulla con le minacce esterne_.