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Crisi della democrazia: come si normalizza l'estrema destra

20 luglio 2026

A Bruxelles non si può manifestare contro la remigrazione: il racconto dell'eurodeputata Cristina Guarda

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di Cristina Guarda, eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra

Mercoledì scorso ero in una piazza pubblica a poche centinaia di metri dal Parlamento europeo, a Bruxelles, con in mano un cartello con su scritto "Europe united in diversity". Nient'altro. Nessuna barriera da forzare, nessun cordone da attraversare. Autorizzato dal Comune di Ixelles, si teneva un raduno di estrema destra guidato da Martin Sellner, l'ideologo austriaco che ha coniato il termine "remigrazione", un eufemismo per deportazioni di massa su base etnica, applicato anche a cittadini europei con background migratorio. Io sono stata allontanata dalla polizia belga. Poco distante, la mia collega Benedetta Scuderi, che stava semplicemente rientrando nel suo ufficio con una bandiera della pace in mano, è stata strattonata e spostata con la forza. Nessuna delle due stava bloccando nulla.

Non lo scrivo per lamentarmi di una spinta. Lo scrivo perché quella spinta non è un episodio isolato. È il segnale plastico di qualcosa che sta succedendo su scala molto più ampia: l'estrema destra si sta prendendo lo spazio pubblico e democratico, pezzo per pezzo, e trova sempre meno resistenza a farlo, anzi, trova alleati.

Il fatto che una manifestazione di stampo neofascista si tenga legalmente, autorizzata da un'amministrazione comunale, a un passo dall'istituzione che dovrebbe rappresentare la casa comune europea, è la fotografia di quanto si sia normalizzato un linguaggio che fino a pochi anni fa restava confinato ai margini più estremi del dibattito pubblico. E il fatto che a essere allontanate con la forza siano state due parlamentari europee, democraticamente elette dai cittadini, che protestavano pacificamente dice qualcosa su dove, in quel momento, le forze dell'ordine abbiano deciso di tracciare la linea tra ciò che è tollerabile e ciò che non lo è. Perché i neonazisti hanno il potere di toglierci la libertà di camminare su un marciapiede o di protestare pacificamente?

La stessa dinamica l'abbiamo vista in aula, al Parlamento europeo, appena un mese fa. Il 17 giugno il Parlamento ha approvato il nuovo Regolamento Rimpatri con 418 voti favorevoli. Con i voti del PPE, i Conservatori dell'ECR (di cui fa parte Fratelli d'Italia), i Patriots for Europe della Lega e perfino Europe of Sovereign Nations, il gruppo dell'AfD tedesca, la stessa famiglia politica di cui Sellner è espressione. Il testo apre alla possibilità di creare "hub di rimpatrio" fuori dai confini dell'Unione, autorizza detenzioni più lunghe e permette di trasferire in paesi terzi anche famiglie con minori. Quando il voto è passato, dai banchi della destra si è alzato un coro: "Send them back". Rimandateli indietro. È lo slogan della remigrazione che entra, applaudito, nell'emiciclo dell'istituzione che dovrebbe essere l'argine a quella retorica, e invece sta diventando il suo megafono.

È lo stesso impianto ideologico che ho toccato con mano qualche settimana fa a Gjader, in Albania, dove insieme alla collega Cecilia Strada abbiamo tentato un'ispezione a sorpresa del Centro di permanenza per il rimpatrio nato dal protocollo Italia-Albania. Ci è stato impedito di vedere le aree dove vivono le persone trattenute e di consultare la lista dei detenuti; ai nostri collaboratori è stato negato l'accesso. Abbiamo comunque raccolto testimonianze di condizioni di vita indecenti, di una quotidianità sospesa fatta di psicofarmaci e giornate passate a dormire pur di reggere l'alienazione. E Gjader non è un esperimento isolato o un caso limite: è l'anteprima operativa di ciò che il nuovo Regolamento Rimpatri normalizzerà su scala continentale. Prima lo si sperimenta ai margini, in un centro difficile da ispezionare in un paese terzo, poi lo si scrive nel diritto europeo.

Il filo che lega la piazza neofascista di Bruxelles, l'aula di Strasburgo e i cancelli di Gjader è lo stesso: uno spazio che si restringe. Si restringe lo spazio di chi protesta pacificamente, spinto via da una polizia. Si restringe lo spazio parlamentare, dove maggioranze che un tempo si dicevano "europeiste" scelgono di inseguire l'estrema destra pur di non perdere consenso, anziché arginarla. E si restringe, concretamente, lo spazio di libertà e di controllo democratico su ciò che accade nei centri che lo Stato apre a nome nostro, fuori dai nostri confini e fuori dalla nostra vista.
Serve un vero piano d'azione contro la crisi migratoria. Questa emergenza affonda le radici sia nel caos climatico provocato dall'economia fossile, sia nelle tensioni geopolitiche alimentate dai vari Trump, Netanyahu e Putin. A pagarne il prezzo più alto, in termini di instabilità, sono le comunità più svantaggiate, che paradossalmente sono le meno responsabili del disastro.

Serve che le istituzioni europee smettano di normalizzare raduni neofascisti e poi si stupiscano se qualcuno protesta: chi organizza cortei di questo tipo davanti al Parlamento va trattato per quello che è, non normalizzato con un permesso comunale.

E serve che il PPE si assuma la responsabilità politica di ogni voto dato insieme a chi in aula canta "rimandateli indietro", perché non ci si può definire baluardo della democrazia europea e essere complice della sua erosione un'ora dopo.
Serve che i centri come Gjader siano ispezionabili davvero, non blindati davanti a chi ha il mandato istituzionale per controllarli.

E serve, soprattutto, che chi si riconosce nei valori democratici non faccia nessun passo indietro: con reti stabili tra gruppi progressisti, sindacati, associazioni e cittadini, pronte a scendere in piazza.