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Mapuche e Benetton: il conflitto per la terra in Patagonia

29 agosto 2026

Lo scontro tra diritti ancestrali e proprietà privata tra Mapuche e Benetton in Patagonia

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di Sandra Moyano

Il conflitto per la terra tra le comunità indigene Mapuche e il gruppo Benetton nella Patagonia argentina affonda le proprie radici in una storia molto più antica dell’arrivo della famiglia italiana nella regione. È una controversia nella quale si intrecciano la conquista dei territori indigeni nel XIX secolo, la nascita dello Stato argentino, la privatizzazione delle terre, la concentrazione della proprietà fondiaria e, più recentemente, il riconoscimento costituzionale dei diritti dei popoli originari.

Nel 1991, la famiglia Benetton, attraverso la propria holding Edizione, acquisì la Compañía de Tierras Sud Argentino S.A. (CTSA), società proprietaria di vasti territori in Argentina. La superficie complessiva attribuita alla società viene generalmente indicata intorno ai 900.000 ettari, distribuiti in diverse province. Le attività comprendono soprattutto l’allevamento ovino e la produzione di lana, oltre ad altre attività agricole e produttive.

Da quel momento, il nome Benetton è diventato uno dei simboli internazionali della controversia sulla terra in Patagonia. Ma la storia del conflitto non comincia con Benetton.

Una terra contesa da più di un secolo

Per comprendere la questione è necessario tornare alla seconda metà dell’Ottocento, quando lo Stato argentino avviò le campagne militari conosciute come “Conquista del Deserto” culminate tra il 1878 e il 1885. Quelle campagne portarono all’incorporazione di enormi territori della Pampa e della Patagonia sotto il controllo dello Stato argentino e provocarono la sottomissione, lo spostamento e la perdita delle terre da parte di numerose popolazioni indigene, tra cui Mapuche, Tehuelche, Ranquel e altre comunità originarie.

Per le popolazioni indigene, la conseguenza non fu soltanto la perdita di una superficie geografica. La terra rappresentava e rappresenta tuttora un elemento fondamentale dell’identità, della cultura, della memoria e della continuità comunitaria. È proprio questa storia che ancora oggi alimenta le rivendicazioni territoriali Mapuche. Le comunità sostengono infatti che molte delle proprietà private oggi esistenti siano sorte su territori che furono sottratti alle popolazioni originarie attraverso le campagne militari, le successive politiche di distribuzione delle terre e la formazione di grandi proprietà fondiarie.

L’arrivo di Benetton

Quando Benetton acquisì la Compagnia de Tierras Sud Argentino nel 1991, non fu quindi l’origine della trasformazione della Patagonia in grandi proprietà private.

Il gruppo italiano entrò in una struttura fondiaria già esistente. Benetton sostiene che l’acquisizione della società e i relativi titoli di proprietà siano avvenuti legalmente e che la società abbia sempre fatto ricorso alla giustizia per difendere i propri diritti. Secondo la posizione ufficiale del gruppo, i titoli relativi alle proprietà sono stati sottoposti a verifiche giudiziarie e riconosciuti validi.

Dal punto di vista delle comunità Mapuche, tuttavia, la questione non può essere risolta esclusivamente attraverso i registri catastali e i titoli di proprietà. Il problema fondamentale è proprio il contrasto tra due concezioni differenti della terra. Da una parte vi è la proprietà privata, fondata su titoli, registri catastali, compravendite e successioni. Dall’altra vi è una concezione comunitaria e ancestrale del territorio, nella quale la relazione con la terra precede la formazione dello Stato argentino e non può essere ridotta a un semplice bene economico.

L’articolo 75 della Costituzione argentina

La questione assume una particolare complessità dal punto di vista giuridico. La riforma della Costituzione argentina del 1994 introdusse nell’articolo 75, comma 17, un importante riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni.

La Costituzione riconosce la preesistenza etnica e culturale dei popoli indigeni argentini, il diritto alla propria identità e, soprattutto, riconosce la personería jurídica delle comunità e la possesso e proprietà comunitaria delle terre che tradizionalmente occupano. Stabilisce inoltre che tali terre non siano alienabili, trasferibili o soggette a gravami e pignoramenti.

Questo passaggio costituzionale è fondamentale perché introduce una concezione della proprietà indigena diversa da quella tradizionale del diritto civile. Non si tratta semplicemente di dimostrare l’esistenza di una casa, di una recinzione o di un’attività agricola. Il rapporto con il territorio può essere dimostrato anche attraverso luoghi di insediamento stagionale, sorgenti, zone di caccia e raccolta, cimiteri e altri elementi conservati nella memoria storica della comunità. Lo stesso Instituto Nacional de Asuntos Indígenas argentino ha sottolineato questa particolare natura della possessio indigena. È proprio su questo terreno che si scontrano le diverse interpretazioni della legge.

Il caso Curiñanco-Nahuelquir

Uno degli episodi più conosciuti è quello della famiglia Mapuche Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir. Nel 2002 la famiglia occupò un'area di circa 385 ettari conosciuta come Santa Rosa, nella zona di Leleque, sostenendo che il territorio facesse parte delle proprie terre ancestrali.

La Compañía de Tierras Sud Argentino contestò l’occupazione e portò il caso davanti alla giustizia. Secondo la ricostruzione ufficiale di Benetton, il procedimento civile conclusosi nel 2004 riconobbe la proprietà della società e dispose la restituzione del terreno. Per la famiglia Mapuche, tuttavia, il significato della vicenda era molto più ampio.

Non si trattava soltanto di 385 ettari, ma del riconoscimento di un diritto territoriale e della possibilità di tornare a vivere in una terra considerata parte della propria storia familiare e comunitaria. Il caso Curiñanco-Nahuelquir contribuì a trasformare una controversia locale in un caso conosciuto a livello nazionale e internazionale.

La proposta di Benetton

Nel 2004, anche grazie all’intervento del premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, Luciano Benetton propose un’iniziativa destinata a favorire il dialogo. Nel 2005 la Compañía de Tierras Sud Argentino acquistò circa 7.500 ettari di terreno nella provincia di Chubut, vicino al fiume Chubut e a circa 50 chilometri da Gualjaina, con l’intenzione di metterli a disposizione delle popolazioni indigene attraverso il governo provinciale.

La proposta, tuttavia, non portò alla soluzione del conflitto. Le comunità e altri attori coinvolti nella controversia consideravano problematico il fatto che quei terreni non corrispondessero necessariamente ai territori ancestrali rivendicati.

Anche il governo della provincia di Chubut non accolse l’operazione nel modo previsto. Secondo la documentazione di Benetton, nel 2006 la proposta venne respinta, tra le altre ragioni, per le caratteristiche produttive dei terreni. Il fallimento di questa iniziativa dimostrò quanto fosse difficile risolvere una questione storica attraverso la semplice cessione di una nuova superficie di terreno.

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La nascita delle nuove occupazioni

Negli anni successivi alcune comunità Mapuche intensificarono le azioni di recupero territoriale. Una delle vicende più conosciute è quella della comunità Pu Lof en Resistencia de Cushamen, insediatasi in un territorio appartenente alla Compagnia de Tierras Sud Argentino. Per le comunità, si trattava di un recupero di territorio ancestrale. Per la società proprietaria, invece, si trattava di un’occupazione illegittima di proprietà privata.

Questa differenza di interpretazione ha provocato denunce, procedimenti giudiziari e interventi delle forze di sicurezza. In diverse occasioni, le comunità Mapuche hanno denunciato sgomberi e repressioni, mentre i proprietari e le autorità hanno sostenuto la necessità di proteggere il diritto di proprietà e di applicare le decisioni giudiziarie.

Quando la questione Mapuche è diventata internazionale

Il conflitto raggiunse un’enorme attenzione internazionale nel 2017, quando durante un’operazione della Gendarmeria nei pressi della comunità di Cushamen scomparve Santiago Maldonado. La sua scomparsa provocò proteste in tutta l’Argentina e attirò l’attenzione dei media internazionali sul conflitto territoriale Mapuche.

Il caso Maldonado trasformò la questione della Patagonia in una discussione che andava ben oltre la proprietà delle terre: divennero centrali il ruolo delle forze di sicurezza, i diritti dei popoli originari, la libertà di protesta e la responsabilità dello Stato.

Due diritti che entrano in collisione

Il conflitto tra Mapuche e Benetton non può essere spiegato semplicemente come una contrapposizione tra “indigeni” e “proprietari italiani”. È una questione molto più complessa.

Benetton sostiene di avere acquisito legalmente una società che possedeva quei terreni e di avere successivamente difeso in tribunale i propri diritti di proprietà. Le comunità Mapuche, invece, sostengono che il riconoscimento di un titolo catastale non possa cancellare i diritti ancestrali di un popolo la cui presenza sul territorio è precedente alla formazione dello Stato argentino.

In mezzo si trova lo Stato argentino, chiamato a conciliare due principi che non sempre risultano facili da armonizzare: il diritto alla proprietà privata e il riconoscimento costituzionale dei diritti territoriali dei popoli originari. È proprio questa sovrapposizione di diritti che rende la questione così delicata. La terra non è soltanto terra Per comprendere davvero il conflitto è necessario andare oltre la superficie della controversia.

Per una grande impresa agricola, un territorio può rappresentare un investimento, una risorsa produttiva, un luogo destinato all’allevamento e alla produzione. Per una comunità Mapuche, invece, il territorio può rappresentare molto di più: è il luogo della memoria, degli antenati, delle relazioni comunitarie, della spiritualità e della trasmissione della cultura.

La parola territorio assume quindi significati differenti. È anche per questo che la proposta di offrire migliaia di ettari in un’altra zona non è stata considerata automaticamente una soluzione alla rivendicazione ancestrale. Per chi rivendica un territorio originario, infatti, non sempre “una terra” può sostituire “quella terra”.

Un conflitto ancora aperto

A più di trent’anni dall’acquisizione della Compagnia de Tierras Sud Argentino da parte della famiglia Benetton, il conflitto continua a rappresentare uno dei casi più emblematici della questione indigena in Argentina. La controversia non riguarda soltanto 900.000 ettari, né soltanto una famiglia italiana.

Riguarda una domanda molto più profonda: come si può conciliare il diritto alla proprietà privata con il diritto di un popolo alla propria terra ancestrale? La risposta non è semplice. La storia della Patagonia dimostra infatti che le attuali mappe catastali sono il risultato di processi storici complessi, iniziati molto prima dell’arrivo di Benetton. Allo stesso tempo, la Costituzione argentina riconosce oggi diritti specifici ai popoli originari e impone allo Stato di affrontare la questione delle terre tradizionalmente occupate.

Il conflitto Mapuche-Benetton è dunque soltanto una parte di una questione molto più ampia: la memoria di un popolo che rivendica il diritto di tornare a vivere nel proprio territorio e un sistema giuridico che deve trovare il modo di trasformare quel riconoscimento costituzionale in diritti concreti.

E forse è proprio qui che si trova la vera domanda della Patagonia contemporanea: la terra appartiene soltanto a chi possiede un documento che ne certifica la proprietà, oppure può appartenere anche a chi, per generazioni, ha conservato nella propria memoria il diritto a chiamarla casa?