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Patto della Mecca, un’alleanza da poser

di
Andrea Alexandro Nal
Andrea Alexandro Nal

Veneto, nobile decaduto e in lotta col mondo, ma soprattutto col panturanismo del Germani.

4 settembre 2026

Pakistan, Turchia, Arabia Saudita e un gioco di specchi che non c’entra niente con la NATO

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Il Patto o accordo della Mecca, sottoscritto il 7 agosto 2026 nella città santa, è l'estensione alla Turchia di un precedente accordo bilaterale di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, del settembre dell'anno precedente. Malgrado l'estrema pubblicità offerta all'evento, rimane a tutt'oggi uno strumento alquanto misterioso i cui contenuti non sono chiari in un gioco di specchi con continui richiami alla Nato e al suo articolo 5, seguiti immediatamente dopo da precisazioni che attenuano quanto emerso in precedenza. Gli stessi analisti sono tutt'altro che concordi nel delineare gli scopi e i termini dell'alleanza ed è inevitabile visto che gli stessi firmatari mantengono tutta la questione in un ambito di fumosa incertezza che non consente di dipanare la matassa.

Credo sia innanzitutto imperativo per tentare di comprendere la questione analizzare i paesi componenti di questo accordo per poi tentare di approssimare un'analisi sul patto medesimo, evitando salti pindarici, abbandoni alla pia speranza o altresì a timori eccessivi.

Il Pakistan

Il Pakistan dal 1947 si è trovato per le mani l'eredità minore del grande impero angloindiano: Mohammad Ali Jinnah puntava ad ottenere uno stato più grande e vitale. Così non è successo e il paese è finito per essere una realtà dalle immense aspirazioni, ma con possibilità molto inferiori.

Il risultato dello stato di tensioni con l'India ha prodotto un esercito pakistano elefantiaco e tentacolare che ha finito per caratterizzare e dominare sia l'elemento civile che l’economico del paese. Per uscire dall'ininfluenza ed ottenere una posizione di rilievo, il Pakistan ha sempre tentato di ergersi a guida dell'Islam, la spada dell'Ummah, anche se in realtà i pakistani non godono di particolare considerazione nel mondo arabo e fanno da uomini di fatica negli Emirati vari, come mezzi schiavi o nel migliore dei casi assunti come mercenari.

L'attivismo geopolitico nel golfo Persico di questi ultimi anni, a tratti parossistico, è il tentativo di affermare finalmente questo ruolo di guida, ma che temo nessuno gli darà volentieri, perché tutti - dai turchi agli Emiri del Golfo - considerano i pakistani i parenti poveri.

Il Pakistan ha conosciuto un forte aumento di considerazione militare dopo la battaglia seguita all'operazione Sindoor dell'India dell'anno scorso (6-10/05), battaglia partita da un'operazione antiterrorismo dell'India decisamente organizzata male. Era infatti previsto solo un attacco sulle postazioni dei militanti kashmiri in Pakistan, e soprattutto con mezzi e tempi limitati. Quando il Pakistan ha reagito con le sue risorse militari colpendo le postazioni delle forze armate indiane, Delhi si è trovata in affanno ed ha arrangiato una reazione missilistica e di droni. Una controrisposta entro certi limiti abbastanza riuscita anche se una copertura satellitare e di ricerca degli obiettivi indiana decisamente arcaica hanno contenuto il successo.

In quel momento pressioni politiche direttamente legate alle esigenze propagandistiche del Bjp al governo a New Delhi, volte ad ottenere una risposta distruttiva ed evidente, hanno portato a coinvolgere l'aeronautica militare, offrendosi così al disastro. Le forze pakistane nella battaglia aerea a distanza hanno raccolto un netto successo contro gli aerei indiani. Grazie ai cinesi che hanno assicurato supporto satellitare e di comunicazione BeiDou 2 - il sistema cinese BDS che fornisce servizi di posizionamento, navigazione e temporizzazione sempre attivi, in qualsiasi condizione meteorologica e con elevata precisione sul quadrante sud orientale asiatico - risulta anche il coinvolgimento di personale cinese nei centri decisionali militari pakistani. Tutto questo ha consentito la triangolazione tra i satelliti della costellazione cinese, gli aerei radar in retrovia e i J10 pakistani in posizione avanzata, realizzando il successo di Islamabad e l'onta di Modi.

Il Pakistan ha avuto molto probabilmente la possibilità di utilizzare dati satellitari, posizioni e risultati dei colpi sostanzialmente in tempo reale, mentre l'India entrava in possesso dei dati con molto ritardo, anche per una cattiva gestione dei suoi droni.

L'insuccesso indiano - alquanto marcato nella fase di controreazione, più discutibile in altri momenti della battaglia, comunque poco riusciti rispetto ai mezzi disponibili (missili BrahMos e droni di fabbricazione israeliana) - è il frutto di errori tattici e strategici dei militari, di intrighi politici e della dipendenza dall'estero per quanto riguarda la tecnologia di tracciamento e ricerca degli obiettivi. Il risultato è stato, dall'altro lato, un'esplosione della fama delle forze armate pakistane, che sono diventate decisamente credibili nel contesto internazionale.

Resta aperta la questione del supporto straniero (cinese) che è stato senza dubbio fondamentale. Se è interesse cinese mantenere il Pakistan saldo e contemporaneamente (con la collaborazione militare cino-pakistana) portare l'India a più miti consigli, sperando di coinvolgerla in un processo di pacificazione e reciproco riconoscimento come proposto da Xi a Modi nel 2019, non so quanto la Cina sia disponibile a seguire il pupillo pakistano in avventure più articolate e lontane.

La stessa operazione di assalto pakistano al Kashmir paventata da Pravin Sawhney come una possibilità, spero remotissima, potrebbe essere l'estrema ratio per castigare un BJP incorreggibile, ma credo che seguire il Pakistan in avventurismi in giro per l'Asia occidentale sia l'ultimo dei desideri cinesi.

Ritengo che il Pakistan si sia fatto promotore del patto per esigenze di prestigio, ma che non abbia alcun interesse a fare qualcosa di reale. Di certo non contro l'Iran, con cui ha intessuto un rapporto cordiale e una certa coordinazione nel controllo dei ribelli Beluchi a cavallo del confine e ha sviluppato relazioni economiche e commerciali vitali per un paese con gravi problemi di rifornimento energetico. La stessa Cina usa il Pakistan per intrattenere rapporti commerciali con l'Iran al riparo dalle perniciose attenzioni di Washington.

Probabilmente neppure contro Israele, troppo lontana, e turchi e sauditi non hanno affatto quel nemico. Poi questo implicherebbe contrariare gli americani e nessuno dei tre o quattro (se si aggiunge l'Egitto) componenti del Patto lo farà, soprattutto il Pakistan, dove l'esercito è troppo legato agli USA, malgrado il grado di simbiosi raggiunto con la Cina - Pakistan sempre sedotto e abbandonato dagli USA, ma il legame tra élite militare e politico-economica pakistana e USA è inscalfibile. Chi ha toccato troppo la sudditanza e tentato di contenere il ruolo politico dell'esercito ora sta in prigione: l'ex presidente Imran Khan è stato deposto con un golpe politico e giudiziario ispirato da Washington e gestito dall'attuale uomo forte del regime il Feldmaresciallo Asym Munir.

La Turchia

La Turchia di Erdogan è una potenza interstiziale, trova posto in aree abbandonate o in supplenza degli USA: Libia, Siria, Somalia, Qatar, verso l'Asia centrale. La Turchia è la mosca cavallina che si fa portare dal somaro per non fare fatica, prende dove può, bulleggia chi può, parla tanto, ma sa dove deve stare e chi può infastidire e chi no. Oltre le vuote parole piene di retorica, Ankara non ha mai fatto qualcosa in favore dei palestinesi di Gaza, ha anzi avallato il piano globale per Gaza di Trump senza mai opporsi alla degenerazione imposta da Israele.

Attraverso la Turchia passa il petrolio azero verso Israele, che ammonta al 40% delle forniture al paese. La Turchia invia cemento, derrate, tondini, nocciole ecc. I servizi segreti israeliani collaborano con quelli turchi e operano in Turchia che è considerata zona sicura, concediamo che è anche un modo utile ad Ankara per tenere sott'occhio gli israeliani. I radar turchi sono stati usati per tracciare missili per la difesa di Israele durante i recenti attacchi di risposta della Repubblica Islamica d'Iran, i poligoni aerei turchi sono stati usati dai jet israeliani per preparare la guerra in Iran, sino a pochi anni fa. I due paesi hanno collaborato in Siria per abbattere Assad, mentre ora si prendono le misure sui poveri resti del paese. La Turchia allunga le mani e Israele gli lima le unghie, nessuno scontro reale alle viste solo retorica pro bazar turco e pancia sionista in vista delle elezioni.

Senza contare che un'attenta analisi dell'arsenale turco, anche quello di casa, mostra forti dipendenze da filiere occidentali sia nei componenti hardware che software (stare nella Nato questo comporta) che la rendono non totalmente credibile come effettivo competitor di Tel Aviv, anche se vi fosse una reale volontà di contrasto. Se la Turchia ha potuto godere del tacito appoggio occidentale contro i greci sia nel 1959 (pogrom di Istanbul) che nel 1974 (Cipro), con Israele la questione non è nemmeno lontanamente da mettere in dubbio.

Sicuramente hanno un grande esercito di terra, ma il dominio aereo israeliano peserà e i turchi, dai tempi della Sublime Porta, hanno sempre saputo fare bene i conti - basti ricordare come hanno potuto evitare una coalizione generale tra i nemici europei magari concomitante con la guerra con la Persia. E dall'altra parte i sionisti faranno qualcosa solo se certi dell'appoggio americano. Sino a quel momento sarà solo una danza delle spade.

L’Arabia Saudita

I sauditi hanno un esercito da parata, fornito delle migliori e più care armi occidentali e non solo, ma sostanzialmente un balocco per i rampolli di casa Al Saud, che ha mostrato tragiche inefficienze durante la guerra terrestre con Ansar Allah 2014/2022.

La famiglia reale, un conglomerato clanico agnatizio formato da molteplici linee di fratelli, fratellastri e successori di secondo grado con legami con ulteriori famiglie nobili, ha fratture importanti al suo interno, che la campagna anticorruzione di Mohammed Bin Salman ha temporaneamente quietate mettendo agli arresti domiciliari dorati i membri più pericolosi della famiglia, ma comunque il ramo al potere ha da temere molto. Non sarebbe il primo re a morire come Re Faisal, ucciso il 25 marzo del 1975, o il primo successore accantonato.

La quantità di denaro immobilizzato all'estero, in particolare in USA, li rende piuttosto ricattabili, come sostiene Michael Hudson. Non si sono emancipati molto dalla rendita petrolifera, sono a tutt'oggi in tragico ritardo sulla conversione del sistema paese. MBS è stato ispirato da Mohammed bin Zayed (emiro di Abu Dhabi) su uno sviluppo incentrato su rendita finanziaria, tecnologia e creazione di una piazza d’investimento per capitali non del tutto puliti, ma è molto indietro.

Quanto al salafismo, in effetti M. Bin Salman lo ha messo da parte, non essendo particolarmente affine, ma deve rendere conto agli ulema: Ryad non può permettersi un nuovo '79, anno in cui i dissidenti islamici fondamentalisti assaltarono e sequestrarono la sacra Moschea della Mecca. Gli insorti dichiararono che uno dei loro leader, Mohammed Abdullah al-Qahtani fosse il Mahdi, o redentore dell'Islam, e invitarono i musulmani ad obbedirgli. Ne risultò un disastro mediatico e sostanziale con pellegrini sequestrati, armi nel sacro recinto, violenza e 127 caduti tra i militari sauditi [1]. Gli americani si tennero dietro le quinte lasciando i Saud in braghe di tela, nonostante gli importanti accordi del decennio, tra cui quelli che diedero vita al petrodollaro sottoscritti tra Nixon e Khalid bin Abd al-Aziz Al Saud successore di Faisal ucciso da un nipote per motivi “familiari” - vuole il caso fortuito che muoia un Re sinceramente vicino alla causa palestinese e non molto aderente al Waabismo più rigido.

I sauditi hanno sempre pagato tutto cash, hanno pagato Saddam contro Khomeini durante la guerra imposta 1980/88, hanno pagato gli americani per la deterrenza e la difesa contro Saddam e per proteggersi dall'Iran dal 1991 e ora con questo patto vogliono pagare altri per fare lo stesso lavoro. Rimane la questione aperta che pakistani e turchi probabilmente non nutrono le stesse intenzioni di Ryad. Aspirano sicuramente ai soldi sauditi. I pakistani puntano come detto al prestigio internazionale e i turchi al posizionamento nel contesto mediorientale, ma il problema è che nel passaggio dalla teoria alla pratica nessuno dei due ha l'interesse ad infilarsi in qualche nuovo conflitto che non sia di loro precipuo interesse nazionale. Il Pakistan ha l'India a cui badare. Come detto ha un buon rapporto con l'Iran e soprattutto mantiene il rapporto a tratti simbiotico con la Cina, che implica di ascoltarla. La Cina non apprezza che si creino problemi, soprattutto visto quanto si sta puntando sull'esercito pakistano.

Il Patto della Mecca



Parafrasando, è più probabile che al momento l'alleanza sia come il ripiano finto della torta nuziale atto a soddisfare l'ego di tutti: per i turchi mimare il sultanato, per i sauditi dire di avere un salvagente alternativo agli USA, per i pakistani finalmente sedere al desco dei grandi.

A Washington il patto pare venir letto come un’alleanza settaria contro gli sciiti, ma questo non trova riscontro. Anche se i sauditi, in questo caso, giocano su ambedue i tavoli, turchi e pakistani sono decisamente lontani da dinamiche anti-iraniane per le solite ragioni: dipendenza economica, gas, petrolio, evitare reazioni dannose in Azerbaijan e Siria ecc. Per gli USA risponde al desiderio di sentirsi ancora dominus di riflesso dell’Asia occidentale.

Comunque il gioco settario degli Stati Uniti, per quanto ampiamente scoperto, ha sempre goduto di un ampio successo tra i sunniti; gli sciiti altresì non sono particolarmente sensibili a questi richiami, ma l'effetto sui wahabiti sauditi e i sunniti siriani è storicamente innegabile.

Se posso esprimere un giudizio chiamerei per ora il Patto un'Alleanza “Poser" (Poser: quelli tutti vestiti da skater che manco hanno la tavola, ndr). Riempie un vuoto lasciato dagli USA ed essendo più o meno tutti legati a Washington sono tollerati dall'impero. Mentre l'idea che possa andare contro Israele (idea portata avanti dal Col. Baud, Pravin Sawhney ed altri), ripeto, è meno probabile per l'opportunismo dei sauditi, che non hanno reale motivo di ostilità con Israele, dei turchi iper prudenti, avendo interessi comuni, posizione e legami internazionali sensibili, e di un Pakistan troppo lontano per avere motivi di contesa che esulino la fase retorica a favore di un posizionamento di rilievo nella Ummah.

Ritengo si tratti di un patto più simile all'OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, organo intergovernativo per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione in Europa, che conta cinquantasette Paesi membri) che alla Nato.

Alla base quindi vi è l'articolo 51 della carta dell'ONU inerente l’autodifesa singola e collettiva in caso di attacchi, in attesa di una risposta coordinata in seno al Consiglio di Sicurezza, piuttosto che un articolo 5 della Nato che si sente richiamato a sproposito sempre più spesso. Un accordo che forse è più utile per evitare che i contraenti si pestino i piedi a vicenda, mentre si impegnano a preservare lo status quo. Un patto che appare assecondare i desiderata cinesi di avere accordi regionali per smorzare le tensioni piuttosto che accenderne altre (come sostiene Pepe Escobar). E che asseconda anche una Turchia piuttosto pasciuta dalle vittorie importanti in Siria e Armenia, che gradirebbe congelare la situazione ed evitare future rivalse, in fondo la fratellanza musulmana al potere tra i turchi non è del tutto congeniale al wahabismo del golfo.

Si spera sarà una OSCE più riuscita dell'originale e che tranquillizzi l'Asia occidentale. Quanto alla Nato, nell'area asiatico occidentale e meridionale ce ne sono state almeno 2 in passato: il Patto di Baghdad / CENTO, fondato nel 1955, tra Pakistan, Iran, Turchia, Iraq e Regno Unito e la SEATO creata nel ‘54 che raccoglieva Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Filippine, Tailandia e Pakistan. Sono entrambe fallite completamente per divergenze politiche e di interessi tra i partecipanti. Un futuro non del tutto imprevedibile per il Patto della Mecca se dovesse prevalere una lettura più rigida dell'alleanza: accordi di questo tipo funzionano solo in presenza di un dominus forte, come è Washington per la Nato, mentre per l'alleanza meccana ognuno dei contraenti non può accettare una riduzione della propria autonomia, ma contemporaneamente avrebbe ragioni per rivendicarne la guida: i sauditi per il potenziale economico e la rilevanza religiosa, il Pakistan per l'arma atomica e l'importanza demografica, la Turchia per l'esercito e la produzione militare.

Israele non è nemico di questi paesi, pure lo scontro coi turchi è puro posing da ambedue i lati. Erdogan si fa grasso a chiacchiere e se è vero che i sionisti non vogliono i sunniti troppo coordinati, contemporaneamente intendono conservarsi i sunniti da giardino. Se i paesi dell'area avessero risvegli “democratici” (più rispondenti al senso popolare) potrebbero uscirne svolte pericolose per Israele, per questo ad usum plebe musulmana Israele indulge nell’indicare turchi e qatarioti come nemici, altrimenti il popolino potrebbe pensare di cambiare capi ad Ankara e Doha. Malgrado la dimensione contenuta, il potenziale propagandistico del Qatar è importante e averlo contro i regimi arabi addomesticati e magari schierato veramente pro-Palestina non sarebbe piacevole.

Ognuno dei tre firmatari del patto ha scopi diversi. Innanzitutto, in generale, confermare lo status quo. La Turchia in particolare vorrebbe evitare contestazioni varie ed eventuali nei territori appena espugnati e legittimare l'interventismo turco in area araba e islamica, storicamente non del tutto apprezzato tra le satrapie wahabite e gli arabi in generale - basti ricordare la Siria, madre del nazionalismo arabo anti turco a fine ‘800. I sauditi intanto intendono traccheggiare tra USA e protezione islamica, che quasi certamente sovrastimano, mentre il Pakistan ambisce a trovare il posto al sole, ma senza scontentare nessuno tra USA, Iran, vari emiri contrapposti della penisola (sauditi VS Emirati Arabi Uniti, sauditi VS Qatar ecc). La situazione geopolitica e l'esercito del Pakistan sono ottimi, ma la situazione economica e politica pessima, e la Cina non vuole che si crei disordine ulteriore nell’area.

Il Patto, per la stessa natura e per gli interessi divergenti dei firmatari, non può essere chiaro e lineare. Si muoverà quando gli interessi dei tre saranno coincidenti e la cosa non creerà ulteriori problemi rispetto ad alleati e nemici (potenziali e reali). Una incertezza che è figlia del momento presente, quando l'impero non è più tonico come prima nell'area, ma ancora non mostra la corda. Il Patto è una via alternativa possibile al vecchio dominio USA, ma ancora non può indicare la direzione finché la situazione politica dell'area non si sarà assestata e chiarita. Solo il destino dell'impero USA nel quadrante e il grado di soddisfazione del disegno iraniano saranno gli elementi che costringeranno i sottoscrittori a dare reale sostanza al patto.

Speranzosi: Pravin Sawhney, ex col. Baud, ex amb. Chas Freeman (contro Israele)
Disillusi: Leith Marouf, Larry Johnson, Marandi (turchi paraculi, satrapie pericolosi e traditori)
Pro-USA e anti-Iran: Nessuno.

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[1] Lawrence Wright, The Looming Tower: Al Qaeda and the Road to 9/11, New York: Knopf (2006)